28 marzo 2012

Un piccolo passo per me, ma un grande passo per l'Italia!

Di Luna, voli, polli e gabbie ultimamente se ne è parlato in abbondanza, e tutto grazie al signor Marchiori e alla sua nuova creatura "Volunia". La presentazione, che vi consiglio di vedere solo se avete voglia di sentirvi umiliati, è definibile in breve come un'aggregazione temporanea di saltimbanchi impegnati in vari numeri, tutti insieme. Un po' come tanti polli in una grande gabbia.

Immaginate la scena: salone stile Rinascimento adorno di vecchi tomi, quelli di pelle con i temibili quadratoni dorati sul dorso, quelli che solo a vederli ti chiedi se qualcuno li legge mai davvero. Salone di rappresentanza, diretta mondiale, invitati, bicchieri e bottigliette d'acqua, fotografi, flash, c'è proprio tutto per iniziare. Ma il discorso non inizia. O meglio, parte all'Italiana, con discorsi e analogie da bambini dell'asilo, con affermazioni talmente ovvie da metter in imbarazzo Lapalisse. Il tipo di discorsi che fa sentire intelligente un imbecille, che lo fa guardare attorno soddisfatto perché ha capito ed è totalmente d'accordo: "Ecco, una bastonata in testa fa male, [pausa] nessuno vorrebbe una bastonata in testa! [imbecilli che si guardano a vicenda soddisfatti]".
Bene, il discorso è iniziato proprio così: "Il 2012 è un anno importante per la liberazione delle galline dalle gabbie, [pausa, immagine di Galline in fuga sul proiettore] gli utenti del web sono simili alle galline e noi finalmente dopo 13 anni di vecchiume li libereremo dalle gabbie! [il vicino di sedia annuisce con aria sapiente]". Questa spiegazione for dummies, oltre che a dare del pollo a tutti, serve a stabilire il livello del resto della conferenza. Tutti si rasserenano perché riescono a capire il discorso, quelli in fondo al tavolo fanno finta di leggere appunti, un vecchietto dall'aria confusa passeggia dietro Marchiori, la diretta mondiale si apre così. Tutta in Italiano, come fa notare fabristol nel suo blog. Poi il discorso si incipria di una bella dose di nazionalismo. Deleterio, come fa notare sempre fabristol.
Nel frattempo le mummie si strofinano gli occhi, non vedono l'ora di andarsene, i fotografi si scatenano al ritmo di due flash al secondo anche se Marchiori non accenna a muoversi da lì e le diapositive sono lente, insignificanti e ripetitive. I fotografi fanno il loro lavoro senza capire, incuranti, fotografano tutto 20 volte, qualcuno poi selezionerà l'1% di quelle foto. I giovanotti seduti a terra cercano di leggere fra le righe, una schiera di mummie su sedie recuperate da qualche banchetto medievale subito dietro di loro. Insomma, un pollaio seicentesco in cui si parla di innovazione tecnologica, dove si possono ammirare fotografi più bravi a fotografare veline che scienziati e dove si respira un'aria da "Le toit paternel".

Purtroppo non ce l'ho fatta a seguire fino alla fine, ma almeno nella prima metà lo stile è quello di qualcuno che spiega a gente che non sa niente: metafore e banalità ma nessun approfondimento interessante. Un accenno di dettaglio si ha quando Marchiori parla di poca potenza disponibile e di un sistema aperto in grado di scalare semplicemente aggiungendo nuovi computer: "il sistema scala, diventa sempre più bravo". Poi cambia discorso. Mah, si capisce che sta parlando con delle mummie, si capisce che ha pochi mezzi e il lavoro è tanto, e si capisce che tutti gli Italiani in gamba sono andati all'estero. Voglio dire, un progetto di questa portata realizzato da studenti e neolaureati... una prima mondiale presieduta da cadaveri appena dissotterrati... la totale mancanza di giornalisti esperti e di persone in grado di sollevare domande interessanti... sono tutti segnali abbastanza chiari. Non sono arrivato alla fine per sentire le domande, come dicevo, ma in quest'articolo si racconta che il climax è stato raggiunto con "Da cosa nace il nome Volunia". Per pietà, state zitti!

Se qualcuno dovesse chiedersi dove sono finiti SuperEva, Splinder, Infinito, iBazar, la risposta può immaginarla da solo: impantanati in grosse cacche di dinosauro e demoliti da una concorrenza che non si perde in salamelecchi, ma va diritta al punto.

Anche nelle altre interviste a Marchiori, all'uscita dalla conferenza per esempio, i giornalisti hanno la voce tremante, fanno domande troppo generiche, Marchiori se la cava con le stesse cose dette e ridette. Poi ci si lamenta della mancanza di informazioni su Volunia. E il sito ufficiale è fermo al 6 febbraio, con un video esplicativo che non spiega proprio niente. Se volete avere un'idea di cosa sia una vera intervista ad un vero esperto, date un'occhiata a questo video: la naturalezza con cui Carmack spara un sacco di informazioni tecniche e concetti complessi, anche usando parolacce, fa capire che sa quello che dice, ne è convinto, è libero da tradizioni penalizzanti e non sta cercando di convincere nessuno. Al massimo spiega, per quelli che riescono a seguirlo. Marchiori più che a John Carmack mi fa pensare a Cristoforo Colombo prima di fuggire all'estero anche lui, quando cercava fondi per la sua idea. Chissà se la Terra è tonda davvero, o se è un grosso disco poggiato sul dorso di un pollo gigante.

22 marzo 2012

Touch typing

È da un po' più di un anno che ho imparato a scrivere senza guardare la tastiera - touch typing, come si chiama correttamente. Era ora! E forse se non mi fossi scontrato con le pessime tastiere azerty francesi non mi sarei mai deciso. Un piccolo (manco troppo) sforzo iniziale, diciamo per un paio di mesi, poi si continua a prendere dimestichezza fino al punto di riuscire a scrivere mentre rispondete alla domanda che il vostro collega vi sta facendo (e mentre lo guardate in faccia ovviamente!).

Ecco, soddisfattissimo di esserci riuscito, ci ho preso gusto e ho cominciato a fare ricerche su internet, trovando articoli, curiosità e spiegazioni. Di cose ne ho trovate, fino al punto da rendermi conto che imparare la tastiera italiana è stato... non del tutto inutile, ma solo un primo passo. La tastiera qwerty italiana ha vari problemi, alcuni gravi, alcuni scemi senza motivo, altri intrinseci alla mappatura qwerty.

Andiamo per ordine di ridicolaggine: il primo posto lo darei al tasto con la c cediglia (ç), un tasto dimenticato lì quando copiammo la tastiera francese (si parla dei tempi delle macchine da scrivere). Mi risulta che in Italiano antico la ç si usava, per esempio, in parole come "senza" (sença). Questo in un'altra epoca: oggi non conosco nessuno, a parte studenti di lingue straniere, che usino questo tasto. Da notare che è un simbolo di secondo livello (cioè raggiungibile con il tasto shift), per di più sulla home row. Scambiarlo di posto con @ sarebbe già un passo avanti.

Secondo premio va alla J, lettera nemmeno presente nell'alfabeto. Già a fine '800 tale lettera perdette importanza e, come riporta Wikipedia, fino agli anni '50 I e J erano considerate la stessa lettera. Mi scuso per eventuali inesattezze, resta il fatto che oggi pochissime parole si scrivono con la J. Eppure, forse dimenticata lì quando copiammo la tastiera americana, la J si trova anche lei sulla home row. Non solo: è sotto l'indice della mano destra. È la home key di destra. Follia, delirio, o scherzo di un buontempone di cent'anni fa?
Il discorso, purtroppo, si ripete per la K, e anche la W non scherza. La P è invece nell'angolino meno raggiungibile. Insomma, la mano destra fa acrobazie e salti per premere tutti i tasti, mentre quelli più a portata non servono quasi mai.

Un'altra mancanza, magari meno grave e comunque alleviata su Linux, è la mancanza della tilde (~, AltGr+ì su Linux). In programmazione è un simbolo importante, e non averla costringe a varie acrobazie, specie su Windows. La programmazione, ricordo, esiste almeno da 40 anni, i programmatori usano le tastiere e avere un simbolo che ci serve spesso non mi sembra chiedere troppo. Magari al posto della ç, del §, al terzo livello su <>, che so.

Parlando della mappatura qwerty più in generale, ereditata dalle macchine da scrivere, c'è ancora di che lamentarsi: il buon vecchio Christopher (1800), per risolvere il problema dei piedini che si accavallavano e si inceppavano nelle vecchie macchine da scrivere, ebbe l'idea di disporre i tasti in modo che le lettere che appaiono di seguito più spesso fossero ben distanziate, in modo da rallentare la scrittura e di evitare di azionare due tasti vicini troppo in fretta. Questo risolse i problemi delle ancora più vecchie macchine da scrivere con i tasti in ordine alfabetico.
Ecco, noi nei computer abbiamo al massimo Windows che si inceppa, ma le tastiere proprio no. Portarsi dietro questa tradizione pro tunnel carpale mi pare da ritardati.

Così, per concludere, mi sono imbattuto nelle tastiere Dvorak. All'inizio sembrano spaventose, persino i numeri sono messi in posizioni strane. Alla fine però ci si abitua in fretta, un mesetto nel mio caso.
Le lettere sono messe in modo che quelle più usate siano le più raggiungibili, e vi assicuro che avere T e H vicine quando si scrive in Inglese è una goduria. Altro che K e J.
Purtroppo per l'Italiano ancora non è il massimo: le statistiche per le lettere sono infatti basate sulla lingua inglese. Le le vocali, poi, sono tutte a sinistra: quasi tutte le parole italiane finiscono per vocale, il che significa usare sempre lo spazio con la mano destra. Ma per scrivere in lingue straniere e per programmare va benissimo. E c'è anche di meglio per noi dev: la Programmer Dvorak.

Aver imparato la qwerty mi è stato comunque utile: negli internet café, a casa di amici ecc è la tastiera che più spesso si trova, e in quei casi mi risparmio di dovermi esibire in imbarazzanti hunt and peck. Però seriamente, che qualcuno pensi a riorganizzare i tasti nelle tastiere moderne, per favore. Per il Tedesco, per esempio, esiste questo layout qui, chiamato Neo. Qalche lettore che prende spunto c'è?
Per quanto mi riguarda, vivendo all'estero mi capita spesso di scrivere in lingue straniere. La tastiera italiana è comunque una cosa strana per i miei colleghi e amici, per cui tanto vale essere strani fino in fondo e fare una scelta ponderata. Nel mio futuro c'è scritto Dvorak! :)

Happy typing!

11 febbraio 2012

Come diventare un game programmer

Mi ero ripromesso di non parlare di programmazione sul mio blog, per evitare di trasformarlo in un austero elenco di tutorial in attesa di qualche scrupoloso esaminatore di curriculum a caccia di informazioni aggiuntive. Blog tristissimi, in cui la gente comune si interessa tutt'al più ad un solo post trovato su google, prima di dimenticarlo del tutto.
Ecco, non sarà un tutorial questo post, né un articolo da sfoggiare durante un colloquio, ma avrà un target ben mirato.

Così hai deciso di diventare un programmatore di videogame, magari sai già smanettare, hai scritto qualche programmino e aspetti il momento giusto per contattare le grandi aziende. Su internet tutti parlano di shader, gpu, poligoni... figata, ma cosa occorre sapere per diventare davvero in gamba? Ecco i miei consigli, derivanti dalle mie esperienze personali.
  • Imparate l'inglese. Dapprima sarà sufficiente saper leggere bene, in seguito vi sarà molto utile saperlo scrivere, parlare e comprendere, e con tutti gli accenti che esistono non è così facile. Se avete la possibilità di fare dei viaggi di lavoro/studio all'estero approfittatene, ma approfittate anche degli studenti inglesi o americani che studiano in Italia.
  • Imparate il c++. Questo non significa imparare a scrivere le tre/quattro keyword più usate, ma significa imparare lo standard. Su google potete facilmente trovare dei pdf da scaricare, tipo questo. Lo standard non va usato come testo da studiare dalla prima all'ultima pagina ma va tenuto come riferimento. Se vi serve una guida al c++ potete fare riferimento allo Stroustrup. Lo standard attuale è il c++98, con il c++2003 che ne apporta correzioni. Imparare il nuovo c++11 è sicuramente molto utile, ma pochi compilatori lo supportano per il momento, e comunque molto scarsamente.
    Molti compilatori (tutti?) non rispettano lo standard al 100%. Visual Studio, specialmente nelle vecchie versioni, è uno dei peggiori: usandolo rischiate di imparare cose sbagliate. A scopi didattici, il Comeau è ottimo e costa appena 50$. Potete anche usare il compilatore online per piccoli test.
  • Imparate un secondo linguaggio. ObbjectiveC, D, Eiffel, per esempio, sono linguaggi più permissivi rispetto al c++, ma è possibile linkarli insieme. È molto utile anche conoscere un linguaggio di scripting: Ruby e Python sono entrambi molto moderni e molto facili da imparare. A volte potete usarli per generare codice c++, o fargli fare task ripetitivi.
  • Allenatevi a leggere il codice degli altri. Per quanto noioso, vi sarà utilissimo per capire come funziona qualcosa quando la documentazione è scarsa. Dalla facilità con cui si riesce a leggere il codice si capisce l'esperienza del programmatore.
  • Evitate i trick anni '80 che spesso insegnano all'università o che i programmatori di bassa lega citano per far bella mostra: shiftare un intero invece che dividerlo era utile 20-30 anni fa, oggi tutti i compilatori sanno tradurre una divisione in shift quando è possibile. L'unico risultato che otterrete è codice offuscato. Stesso discorso per quelli che usano lo xor invece dell'assegnazione a 0.
  • Evitate Milestone, di Milano, come la peste. Finché Martinoli e altri soggetti saranno al comando, l'unico risultato che otterrete lavorando per loro sarà odiare la programmazione. Evitate qualsiasi azienda legata a BlackBean in generale: sono famosi per pagare in ritardo, il che ha già causato licenziamenti improvvisi per mancanza di soldi.
  • Siate pronti ad andare a vivere all'estero.
  • Seguite le news, e se ne avete la possibilità, partecipate agli eventi. GamesIndustry.biz è un'ottima risorsa. Se partecipate alle discussioni, tenete a mente che le persone che vi leggono potreste trovarvele davanti al vostro colloquio, un giorno. Pensate prima di offendere o di sparare cavolate.
  • Studiate i testi più importanti: Modern c++ design, di Alexandrescu e More effective c++ di Meyers sono dei must. Il red book di openGL è un'ottima guida per impare a fare grafica.
  • Trovate un forum dove chiedere quando avete dubbi: gameprog.it è in ristrutturazione e gamedev.net è sempre un'ottima risorsa.
  • Imparate a scrivere senza guardare i tasti. Una blank keyboard può essere un ottimo incentivo. Di preferenza, lasciate stare la qwerty italiana: è un ibrido malriuscito fra tastiera francese e americana. Provate piuttosto la tastiera americana o, a detta di molti, la dvorak. gtypist è un ottimo tool per imparare.
    All'inizio, forse anche per un anno, avrete l'impressione di essere più lenti e di stancarvi molto, ma non avete idea dei mal di testa che vi risparmierete evitando di fare su e giù con la testa fra tastera e monitor. E alla fine sarete più veloci e vi stancherete di meno.
  • Cercate di capire come funzionano i repository più diffusi. Git e Mercurial ve li consiglio tantissimo. Svn e Perforce sono molto di moda, ma sono alternative più antiche. Non perdete tempo con TFS e SourceSafe.
Tanti consigli possono sembrare astratti e poco utili, ma quando vi troverete ad un colloquio e vi faranno delle domande, sapere certe cose sarà molto utile. Ancora di più lo sarà una volta ottenuto il lavoro, quando dovrete mettervi al lavoro.
Alcune domande, per farvi un'idea, possono essere:
  • "da dove iniziereste se doveste ottimizzare una parte di codice, e che soluzioni adottereste"
    Le micro-ottimizzazioni sono altamente inutili, spesso anzi peggiorano le cose. Sapere come rimpiazzare un algoritmo con uno più efficiente in quel caso specifico, o come modificare le strutture di dati vi tirerà fuori dalla domanda.
  • "scrivete un algoritmo per mescolare il contenuto di un array"
    Ho visto le soluzioni più cervellotiche a questa domanda, ma la soluzione classica è molto semplice e più che sufficiente per un colloquio.
  • "questo codice contiene un bug, sapete correggerlo?"
    Capire al volo cosa sta cercando di ottenere la funzione e come è essenziale. Di solito avrete varie domande a cui rispondere e il tempo non sarà illimitato.
  • "elencatemi tre pattern di design"
    Chisto a bruciapelo può cogliere impreparati. Aver letto libri di tecniche di programmazione e non solo di sintassi vi ripagherà ampiamente.
A volte capita anche di sentirsi chiedere come scambiereste due variabili senza usarne una temporanea o altri giochetti, tipo come incrementereste di 1 un intero senza usare + né -. A volte i test sono preparati da gente che non sa niente di informatica, portate pazienza e cercate di riflettere o di puntare su altre domande. Altre volte è indice dello stile di programmazione dell'azienda in cui vi trovate. In base a quanto vi sentite ottimisti nel procurarvi un altro colloquio, potrebbe essere un motivo per rifiutare il posto. Dover lavorare con codice oscurato, scritto da programmatori vecchio stile, vi stancherà e vi farà imparare assurdità che potreste portarvi dietro per molto tempo.

8 febbraio 2012

Relatività

Anni fa, durante la mia (pessima) esperienza in Milestone, a Milano, avevo una coinquilina tedesca. Classica ragazza che era venuta in Erasmus e aveva finito per restare per anni. Aveva imparato l'Italiano molto bene, mi capiva se parlavo veloce, conosceva un sacco di parole, aveva anche quasi preso l'accento milanese. Ma quando le capitava di dover dire qualche parola inglese in mezzo a una frase, la pronunciava nel modo più giusto, ad ascoltarla faceva un contrasto enorme col resto delle parole.
Mi sono sempre chiesto il perché di quello sforzo, quando pronunciare le parole inglesi all'Italiana avrebbe creato meno stacchi nella frase, ma per correttezza mi sono sempre tenuto la domanda per me.
Anni dopo, in Francia, mi sono accorto che facevo la stessa cosa anche io. Non è chiaro finché qualcuno non te lo fa notare, e di solito la gente, per correttezza, non ti fa notare niente.
Ho trovato tre casi per cui quando pronuncio una parola in una lingua straniera mentre ne parlo un'altra si crea questa strana impressione di pausa e sforzo di pronuncia:
  1. non so pronunciare la parola inglese "alla Francese"; piuttosto che tirare fuori un verso senza senso preferisco lanciarmi in una performance degna di Oxford, il che poco si accorda col ritmo della calata francese
  2. la parola in questione, diciamo "count", detta alla Francese suona come "cunt" (leggere all'Italiana): il suono è troppo brutto, la mia pronuncia maccheronica non sarà musica per le orecchie della regina ma a tutto c'è un limite; risultato: dicendo "càunt" creo un suono che la gente capisce ma che non si aspetta
  3. in realtà non sto facendo alcuno sforzo, dico un termine inglese come lo direi a un amico italiano, tipo "Warhammer" (leggi "uoràmmer", con erre alla Russa); un Francese che non abbia la minima idea di quale sia la pronuncia corretta (e che direbbe "uarammèr", con tanto di erre moscia), sentendo un suono a cui non è abituato prenderebbe la mia pronuncia per più vicina a quella corretta

28 gennaio 2012

Mia cara bici, ma quanto mi costi?

È da un po' ormai che mi guardo in giro per comprare una bicicletta. Qui avere la bicicletta rende davvero le cose più facili, ci sono piste ciclabili praticamente ovunque e il traffico è poco e scorre lentamente. In pratica prendere la bicicletta non è sinonimo di suicidarsi come un Romano o un Milanese potrebbero pensare.
Ce l'hanno davvero tutti la bicicletta, i miei colleghi, gli studenti, persino la gente che esce la sera. Beh, visto che gli autobus finiscono intorno l'una, e che comunque già dalle 8 di sera iniziano a diventare una rarità, uscire senza bici significa uscire a piedi. E non parliamo di Taxi, per favore: l'ultima volta mi hanno estorto 110€ per un viaggio che non ne valeva nemmeno la metà.

Dicevo, è da un po' di tempo che mi guardo in giro e che prendo note mentali su dove si trovano i negozi di biciclette e quali potrebbero interessarmi.
Premetto che la bici mi serve come mezzo per spostarmi in città, non sono un ciclista professionista né un acrobata, quindi una bici da passeggio o magari una cosiddetta "mountain bike da passeggio" sono esattamente quello che cerco. Niente di troppo vistoso poi, perché una cosa che continuano a ripetermi tutti è che qui ci sono molti furti.
Oggi finalmente mi sono deciso a fare l'acquisto, sono uscito di casa armato di buone speranze e mi sono recato al negozio che mi sembrava il più economico. Era una specie di rigattiere in realtà, che vendeva tostapane, videogame, motorini e, appunto, biciclette. Due per la precisione. Due scassoni, magari rubati, uno a 240€ e l'altro a 90. Prezzi ok, ma basta dire che quando ho girato quella da 90 sottosopra per esaminarla, ha iniziato a perdere acqua nemmeno fosse una Costa Concordia.
Bene, negozio numero due: negozio enorme, una specie di tempio del ciclismo in cui servirebbe una bussola per guardarlo tutto senza perdersi. Prezzo base: 400€. E questo, a parte le dimensioni, riassume quello che mi è successo anche nei negozi tre, quattro e cinque. Risultato: niente me ne sono tornato a casa. A piedi.

Ora quello che vorrei capire è questo: vivo in una città dove sì le biciclette sono di gran voga, ma che conta poco più di 200.000 abitanti considerando anche la provincia, e dove la gente va in giro con scassoni arrugginiti e senza cambio perché comunque c'è il fattore furti da considerare. O il fattore "scherzo di qualche studente ubriaco che ti butta la bici nel fiume". Quindi, dicevo, questi negozianti snob che ti guardano come un barbone perché non spenderesti più di 200€ per una bicicletta, come cavolo fanno a campare? Riconosco, anche da profano, che vendono ottimi articoli, di tutte le forme e qualità. Ma a partire da 400€. Diciamo ora che riescono a vendere - non saprei - due o tre biciclette al giorno. Mi pare difficile eh, perché in giro per strada di biciclette fenomenali non ne vedo. D'altra parte chi si comprerebbe una bici da 1500€ per andare al lavoro? Quindi puntano decisamente agli appassionati (o ai figli di papà). Diciamo due al giorno, con un margine di guadagno di 50€, farebbero 2000€ al mese, a cui vanno tolti l'IVA (eh sì, anche qui abbiamo questo flagello), gli stipendi degli impiegati, bollette e affitti vari. No, i conti non tornano. Anche vendendone quattro al giorno, fanno 4000€ al mese e 80 bici vendute. Non mi intendo di commercio ma anche questo mi pare poco. L'unica altra cosa che riesco a pensare è che il margine di guadagno è molto più alto.

Vatti a fidare, l'unica cosa sicura è che non intendo comprare niente di esagerato. A costo di comprarmi uno scassone e smontarlo pezzo pezzo per renderlo agibile.

21 gennaio 2012

SOPA, POPA, PIPA

Ebbene signori, proprio mentre le tanto discusse leggi americane sono in fase di approvazione, ci accorgiamo che MegaVideo non funziona più, così come i siti ad esso connessi MegaUpload, MegaPorn e MegaCheAltroNeSo.
Nella mia ingenuità ho sempre sospettato che MegaUpload venisse usato per scopi illegali ma, visto che per vedere film senza limiti di tempo chiedevano un abbonamento mensile, ho sempre visto MegaVideo come un'alternativa piuttosto interessante a Sky, del tutto legale. Non mi sono mai iscritto personalmente (di solito guardavo un episodio di Lupin III o Ranma ogni tanto), però a leggere commenti di altre persone pare che, una volta accalappiato un cliente, disdire un abbonamente fosse estremamente difficile. Pare, inoltre, che i responsabili dei vari MegaSiti fossero implicati in riciclaggio di denaro e in molte altre attività poco lecite. Di questo non so niente, ma mi chiedo se non siano più colpevoli di violazione di copyright di qualsiasi altro sito con contenuti inseriti dagli utenti.
Spero di non infrangere nessun copyright e di non far chiudere Blogspot postando qui l'immagine che appare ora connettendosi a megaupload.com:


Va notato, comunque, che tutto questo è successo il giorno dopo l'oscuramento di Wikipedia e di tanti altri siti per protesta contro SOPA e PIPA. C'è già chi formula ipotesi, chi dice che quest'azione dell'FBI sia volto a dimostrare che, con o senza SOPA, lo stato americano riesce ad ottenere quello che vuole a colpi di estradizioni (le persone arrestate, fondatori ed impiegati, si trovavano in Nuova Zelanda), c'è chi dice invece che il tempismo sia perfetto per dimostrare al mondo la pericolosità delle nuove proposte di legge e quindi per screditarle.

Non mi interesso di politica americana per quanto questa possa avere impatti anche sulla nostra vita, ma mi chiedo, signore e signori, quante di queste accuse siano effettivamente fondate e quante siano state messe lì per fare "volume".
E soprattutto mi chiedo: qualcuno ne gioverà da quest'oscuramento?
Le persone arrestate, specialmente gli impiegati, non hanno più niente se non 20 anni di galera da scontare. Server, conti in banca, locali, è stato sequestrato tutto, la vita di queste persone è rovinata. E non dimentichiamo i clienti che usavano MegaUpload per scopi leciti, magari per tenere una copia dei propri dati e condivederli con colleghi o conoscenti. Non so se le accuse siano fondate o meno, alcune anzi mi sembra possano porre un precedente molto preoccupante, ma queste sono le parti lese. La scusante è proteggere i diritti d'autore. Facendo parte io stesso del mondo dei videogame mi fa piacere sapere che ciò per cui lavoro è tutelato da leggi, ma bisogna, secondo me, misurare la gravità del problema "pirateria". Ora che MegaUpload ha chiuso, che migliaia di link a file illegali sono invalidati per un po', che qualcuno ne approfitti per contare le vendite in più e che questi dati siano resi pubblici. Il sospetto è che non cambierà nulla, che nessuno vedrà alcun beneficio, il tutto sarà a scapito dei fondatori di MegaUpload. E a scapito mio che non potrò più vedere Lupin.

Il discorso sarebbe lungo e credo sarà meglio approfondirlo in un altro post, ma prima di gridare "al pirata" bisogna contare. Il furto è tale quando c'è una parte lesa. Sarò pronto a schierarmi contro la pirateria quando, numeri alla mano, mi si spiegherà che, tolte le spese legali e amministrative, combattere la pirateria comporta un utile, che ridurre in miseria gente che parassita il mio lavoro (e qui la lista sarebbe lunga, altro che MegaUpload) rende davvero il mondo un posto migliore.

Resta da capire cosa ne sarà di YouTube ora, visto che Ranma andrò a vedermelo lì. E resta da sperare che a nessuno venga in mente di usare sourceforge e github per trasferire file illegalmente.

6 gennaio 2012

M'interessa, non m'interessa...

In questi giorni di spread che sale costantemente, di manovre finanziarie e crisi non si riesce più a aprire un sito internet o un giornale senza farsi sbattere in faccia la liberalizzazione degli orari dei negozi, gli indignados, le banche. Pare incredibile ma persino gemmadelsud è stata messa in ombra. Chiodo scaccia chiodo?

Fedele a questa moda, anche io mi butto nella mischia con questo post, dettato dalle mie decennali esperienze come un po' accade per tanti altri blogger.
Le banche, ormai, sono l'argomento preferito di tantissima gente, letterati e scienziati che di colpo si scoprono esperti di finanza. Queste istituzioni immorali che creano soldi dal nulla, che fanno soldi sfruttando il tempo e di conseguenza peccando gravemente, che falliscono e vanno a piangere alla tesoreria dello Stato e si fanno aiutare con i soldi che loro stesse hanno prestato e persino creato.

Di solito pensiamo che sia il capo di Stato ad avere il potere. Di recente, su un giornale italiano ho letto che un politico ha bisogno essenzialmente di tre cose: soldi, potere e prestigio. Con i soldi si pagano campagne pubblicitarie, eserciti e tutto quello che serve per avere il potere. Soldi e potere insieme danno prestigio, e il prestigio porta a guadagnare soldi. Il problema di questo trittico è che i soldi sono emessi dalle banche e, per dirla in parole semplici, se vuoi i soldi la banca ti tiene per i coglioni.
Non è difficile immaginare una situazione tipica di un politico molto influente: lui ha bisogno di soldi per pagarsi i vizi e per vincere le prossime elezioni, magari per corrompere un giudice, per pagare delle penali, per insabbiare qualche scandalo. Quei soldi li ha (o meglio li fabbrica) la banca. È così che la lobby dei banchieri guadagna potere nelle faccende politiche. Se un politico non può pagare le armi per contrastare la fazione avversaria o semplicemente degli avvocati per difendersi dagli oppositori, affonda. Se la banca, per delle intempestive "difficoltà economiche" in quel momento non ha soldi da prestare, il politico di turno è nei guai. È quindi suo interesse diretto fare in modo che le banche non si facciano venire queste "difficoltà economiche" nei momenti di bisogno.
Un bel circolo vizioso che non ha niente a che vedere con rischi, lavoro, sacrifici. La ricchezza (di beni, di soldi, di quello che sia) è una motivazione importante: chi si prenderebbe la responsabilità di pagare (di fatto mantenere) delle persone senza un ritorno di qualche sorta? Un dipendente che interesse ha a creare la propria attività se lo stipendio rimane lo stesso o addirittura si abbassa, mentre orari di lavro e responsabilità aumentano? Ebbene, per una banca questi rischi così gravi proprio non riesco a vederli.
Le banche prestano soldi (a quanto pare che non hanno), chiedono interessi che non possono essere pagati (se una banca mi presta 10€ [I]che non ha[/I] e ne vuole 12 in cambio, io devo chiederne altri 2 in prestito per poterli rendere e così via). E così le banche cercano di ingraziarsi favori come possono e in cambio chiedono altri favori. In fondo, a rendere vive queste entità astratte siamo noi stessi. Noi abbiamo il potere di scegliere che prodotti comprare, che conti usare e se usarli (anche se ormai non più tanto facilmente). Chissà che succederebbe se andassimo a prelevare soldi liquidi tutti insieme - tutti i risparmi, fino a lasciare 5€ sul conto o anche meno.

A scuola, nei libri di storia tutto sembrava chiarissimo: i servi della gleba sgobbavano, gli schiavi non avevano speranze, i nobili passavano il tempo come potevano e i re erano a turno giusti o ingiusti. Tutto chiaro, un pedaggio ingiusto mi faceva automaticamente chiedere perché tale re era tanto cattivo da pretenderlo, una liberalizzazione mi faceva dire "ah, ci voleva tanto?". Mi chiedevo perché i nobili non andavano a studiare e a cercare un lavoro come tutti e perché i contadini non cercavano di migliorare le proprie condizioni. Perché non facevano amicizia fra di loro, in fondo erano tutti degli ometti medievali ignari del futuro da dove li osservavo. Tutto mi sembrava evidente, solo che quella gente per qualche motivo non cambiava mai atteggiamento.

Oggi, in una società che fra indignados, dittatori, e grandi aziende è un casino totale, non si capisce più niente. Eppure, io dei paralleli con l'antica nobiltà, con i cavalieri che di tutto facevano pur di avere un cavallo su cui sedersi, con banchieri ebrei e tutto il resto ogni tanto riesco a farli. E allora mi sembra di nuovo tutto chiaro.